IL LAVORO INFLUENZA LA FAMIGLIA?

Maggio 4, 2020
Categoria: FAMIGLIA

Una volta che chiudo il cancello … cancello! Il lavoro influenza la famiglia?

“Una volta che chiudo il cancello … cancello!”
Questa frase me la disse un dipendente di una grossa azienda di Milano. Il significato è chiaro: “una volta che esco dal luogo di lavoro resetto il cervello. Non c’è posto nella mia famiglia per il lavoro!”.
Una frase similare la ricordo chiaramente quando svolgevo il servizio militare. Il modo di dire ricorrente era: “mi rimbalza”… ma è possibile far rimbalzare proprio tutto?
Dopo diversi anni che faccio il mestiere di psicologo posso dire che la realtà non è proprio questa! Tutti noi vorremmo lasciarci alle spalle i cattivi umori generati da una giornata lavorativa “da dimenticare”, ma la faccenda non è facile come sembra. Vorrei fosse possibile splittarci in due entità (una lavorativa e una familiare) ma il nostro cervello, in condizioni di normalità, non è capace di scissioni tanto radicali.
Intendiamoci bene, fin quando a lavoro va tutto bene è relativamente facile “chiudere il cancello”. In situazioni di normalità, quando usciamo dall’ufficio, un cerchio si chiude per poi riaprirsi la mattina successiva. Quando invece la situazione è critica il cerchio non si chiude con tanta disinvoltura e “lasciarsi tutto alle spalle” diventa estremamente complicato.
Nel libro “Fucking Monday” ho descritto alcuni ambienti lavorativi come profondamente tossici. Non è facile tornare a casa sereni e leggeri se per tutto il giorno si è respirato un clima pesante. I lavoratori maltrattati, mobbizzati o vittime di una qualsivoglia ingiustizia non resettano il cervello una volta a casa. Possono essere innumerevoli i fattori che avvelenano la giornata lavorativa, e, in modo indiretto, la famiglia.
Il lavoro tossico consuma le risorse dell’individuo in modo sempre più radicale. La salute di conseguenza comincia a vacillare ed emergono i primi disturbi psicosomatici. Potrei dire che anche il più resiliente dei lavoratori dopo giorni, settimane o anni di ambiente lavorativo tossico comincia a perdere colpi. Si diventa quindi meno affabili e più “musoni”, ci si arrabbia più spesso e si ha meno voglia di condividere esperienze “leggere” e piacevoli.
Anche il partner più paziente e innamorato dopo mesi di “musi lunghi” comincia a stufarsi.
Il risultato è che anche la famiglia (oltre al lavoro) comincia a non essere più un luogo nel quale il soggetto si sente protetto e “a casa”. Riflettiamo su questo: quanto può essere negativo per una persona sentirsi sotto assedio a lavoro e in famiglia? Vorrei gridarlo al mondo intero: noi esseri umani non abbiamo risorse illimitate. Consumare più energie di quante non ne produciamo significa rimanere senza risorse, con notevoli costi, per gli individui e per la famiglia.
Purtroppo in alcuni casi le famiglie si appesantiscono non poco quando uno dei familiari è vittima di un ambiente lavorativo tossico. Il percorso generalmente è il seguente:
– In genere il nucleo sostiene il familiare intossicato nei primi tempi di crisi
– Alla lunga la situazione cambia. Il soggetto fragile parla in continuazione del lavoro che diventa un vero e proprio “pensiero fisso” … e il supporto familiare risulta debole o insufficiente. A questo punto i familiari cominciano a stancarsi del “momentaccio” passato dal congiunto.
– Se il fenomeno si prolunga i familiari cominciano a “scricchiolare”.
– In certi casi i congiunti attribuiscono proprio la colpa alla vittima della situazione e il supporto inizia a venir meno. L’isolamento della persona sofferente inizia proprio da qui.
So che probabilmente un comportamento di esclusione verrà attribuito ad una famiglia “brutta e cattiva” ma purtroppo non è così. Ogni organismo vivente ha i suoi meccanismi difensivi. La famiglia potremmo paragonarla ad un organismo vivente a tutti gli effetti! In alcuni casi (soprattutto se la famiglia non ha consolidate dinamiche comunicative) il soggetto fragile viene visto come una cellula malata. Se la malattia persiste l’organismo agisce di conseguenza: allontanando la cellula malata.
Purtroppo coloro che non hanno vissuto in prima persona determinati fenomeni avversativi non è facile che comprendano la pesantezza di certe situazioni… e quanto esse possono essere malate! In certi casi il familiare stressato viene considerato semplicemente una persona insicura, petulante o incapace di difendersi.
Le problematiche lavorative possono ripercuotersi sulla famiglia. Risulta quindi fondamentale intervenire precocemente quando il problema è agli esordi. Parlare quindi con gli amici, col proprio medico, con esperti, col proprio RLS o RSPP. Mettere a punto strategie che non siano solo: “resistere fin quando non collasso” non è solo una dichiarazione di amore verso se stessi, ma anche verso la nostra famiglia.

Dott. Matteo Marini

Coordina dal 2015 i 19 psicologi scolastici e i 4 educatori dell’associazione Sinodia. Lo staff lavora in diverse scuole di secondo grado in Toscana tanto che negli anni hanno lavorato su una popolazione di più di 15.000 studenti. Le attività prevalenti dell’associazione Sinodia sono le seguenti: gestire gli sportelli di ascolto, la peer education, gli incontri con i genitori, il bullismo ecc. E’ autore di quattro libri (Manuale di Psicologia Sgarbata, Fucking Monday, Happy Worker, Uno Psicologo alle superiori). Fa parte del gruppo di lavoro di psicologi scolastici dell’Albo degli Psicologi della Toscana nel quale ha l’opportunità di confronto costante con specialisti del settore della psicologia scolastica. Si occupa da 20 anni di formazione, sia in contesti scolastici, che privati sia in realtà complesse come il lavoro con i drop-out in situazioni problematiche di matrice familiare, di dipendenza o marginalità sociale. Insegna in Master e corsi professionali delle Università di Siena e Firenze.

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